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Cresce la distanza dell’informatica dall’approccio umanistico

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Tratto da http://www.ilpiacenza.it/, articolo di Renato Passerini


Cresce la distanza dell’informatica dall’approccio umanistico: software progettati nell’ignoranza della psicologia dell’utente
C’era una volta l’informatica. Anzi, prima c’erano i calcolatori elettronici, o gli ordinateur, o i computer. Dai calcoli si passò presto alla manipolazione dei simboli, come quelli utilizzati o utilizzabili per rappresentare l’informazione. Ci si accorse che  l’informazione era, dalle origini, uno dei più importanti motori del mondo, della vita, della storia. Nacque l’informatica, la scienza e  la tecnologia del trattamento dell’informazione. Non dei contenuti, ma dei contenitori, non dei significati ma dei significanti; di ciò che serve a rappresentare, creare, distruggere, manipolare l’informazione. Uno degli scopi più importanti dell’informatica è quello di comunicare informazione, senza modificarla, ad altri  umani, così diffondendola. C’erano una volta anche la scienza e le tecnologie della comunicazione (elettrica o elettronica), dette per brevità comunicazione quando non si può equivocare; esse si preoccupano di come si possano trasferire da un soggetto ad un altro non dei contenuti, ma qualsiasi informazione opportunamente rappresentata.

La comunicazione è nata prima dell’informatica, a metà dell’Ottocento, quando si affermarono i sistemi telegrafici, mentre l’informatica deve la sua nascita alle esigenze balistiche della Seconda Guerra Mondiale. Tuttavia, nonostante le nascite indipendenti e gli sviluppi autonomi, le due discipline si sono fuse tra loro, lentamente ma con sicurezza, nel secondo dopoguerra del Novecento, e sono ora tutt’uno, anche se talvolta è ancora utile distinguerle (alle origini, l’informatica modificava l’informazione, la comunicazione no). Le stesse discipline, ormai fuse, sono un’accoppiata ideale per il dialogo: capita quando due o più soggetti (umani, ma non necessariamente: un umano e una macchina, o anche due o più macchine) desiderano scambiarsi ed eventualmente cambiare informazione e ne hanno la possibilità. Il paradigma del dialogo è di fondamentale importanza in tanti scenari di grande utilità: per esempio, l’insegnamento, la collaborazione, la trasmissione dell’esperienza e della conoscenza. Anche qui occorre distinguere i contenuti sui quali si dialoga dalle tecnologie che permettono e/o facilitano qualunque dialogo.

I sistemi elettronici (quella elettronica è la tecnologia che finora ha prevalso nel settore dell’informazione), che sono nati insieme a queste discipline, fornendo loro una base pratica e ricevendone una giustificazione teorica, si sono sviluppati in concomitanza con esse, rendendo possibili progressi sempre più veloci e scatenando modificazioni sempre più profonde e rapide nelle società umane. Anche nel loro campo si sono fuse informatica e comunicazione: per esempio, gli “smart phones” sono anche, come è noto, dei potentissimi computer.

Ma, come sempre accade, non tutte le conseguenze economiche e sociali, e gli effetti sulla qualità della vita, dell’avanzare sempre più tumultuoso delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione sono positive.  Quando i nuovi paradigmi e le macchine che li realizzano vengono rilasciati dai loro creatori, alcuni di essi cadono nelle mani sbagliate. L’avidità di ricchezze che caratterizza molti di coloro che si impadroniscono delle nuove tecnologie trasforma talvolta una piccola o grande conquista della civiltà umana in un mostro irriconoscibile, inutile o addirittura dannoso per i cittadini, i consumatori, gli operatori, e utile e benefico solo per le tasche di chi la sfrutta in modo esclusivo. Spiacevole è per esempio la crescente distanza dell’informatica da un approccio umanistico e, al contempo, tecnicamente serio. Molti sistemi software vengono progettati nella più totale ignoranza della psicologia dell’utente normale e, peggio ancora, nel più totale disinteresse per quel tipo di utente e la sua psicologia; essi diventano sempre più complicati e sempre meno logici nell’impianto, tanto da assumere talora le sembianze di macchine illogiche o dalla logica incomprensibile.

D’altra parte, i sistemi hanno introdotto progressi positivi anche nella vita e nella storia. Internet è una rete (di reti) democratica che finora ha resistito ed è rimasta indipendente; essa ha anche consentito alcuni passi avanti nell’affermazione delle libertà individuali e collettive, fornendo uno strumento utile anche alla promozione dei diritti umani.

Purtroppo, delle reti sociali non si può dire altrettanto, essendo esse per la maggior parte usate da persone ed enti a scopi per lo più superficiali e dimenticabili; ma forse è troppo presto per valutare i  loro effetti in modo completo ed equilibrato. Si può forse dire, però, che il loro abuso ha un’influenza tutto sommato piuttosto negativa sugli utenti più giovani, il cui dialogo con gli amici, i coetanei, e altri soggetti importanti nello sviluppo dell’individuo viene da esse di fatto decurtato e impedito rispetto a quelli che, se le reti sociali non ci fossero, avverrebbero (e avvenivano, da che mondo è mondo) a tu per tu. Si direbbe che i dialoghi più lunghi e serrati oggi abbiano luogo tra il bambino o ragazzo e il suo strumento di comunicazione più che con i suoi simili. D’altronde, lo strumento è così complicato che assorbe una quantità di attenzione, di tempo e di energia mentale esagerata a scapito di quanto sarebbe dovuto alla comunicazione e al dialogo con altri umani. Inoltre, poiché la struttura logica degli strumenti è di basso livello, confusa e involuta, anche i potenziali effetti positivi di questo tipo di dialogo sono in genere assenti.

Dove ci porterà il “mondo nuovo” i cui lineamenti cominciamo ad intravedere? A un mondo più stabile, ad un nuovo equilibrio dinamico, o ad una vita sempre più caotica? Ci sono altri fattori (forse più) importanti, ma altrettanto inconoscibili nel dettaglio che sarebbe necessario (ma certo non sufficiente) per fare previsioni sensate sul futuro.

E’ sicuro che l’enfasi sull’informazione resterà, anzi, aumenterà. Già oggi ci sono avvisaglie significative: nella borsa mondiale, la più grossa azienda alberghiera non possiede nemmeno un albergo, anzi, nemmeno un letto; e la più grossa ditta nel campo dei taxi non possiede nemmeno un taxi.

Ovviamente, anche l’enfasi sulla comunicazione aumenterà sempre più rapidamente (abbiamo visto che non ha più senso, da tempo, distinguere tra le due). Il dialogo tra umani, che è l’unico che deve veramente interessarci e preoccuparci, è quello in pericolo. Il dialogo uomo-macchina non serve se non da un punto di vista tecnico, non contribuisce alla mutua comprensione tra noi, e quindi i suoi contributi alla civiltà sono esigui. Dobbiamo cercare di capirci più a fondo, e di metterci più spesso e più efficacemente nei panni degli altri.  Solo così potremo andare avanti nel faticoso e tortuoso cammino della civiltà.

Le tecnologie della informazione e della comunicazione possono certamente facilitare il dialogo tra umani, e come tali vanno coltivate  e incentivate. Ma non devono diventare l’unica ragione di vita per nessuno.


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Stefano Capasso

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